La Colombia torna a confrontarsi con un’improvvisa recrudescenza del conflitto armato interno. Tra il 24 e il 28 aprile, le frange dissidenti dello Stato Maggiore Centrale (SCM), formazione nata dalla frammentazione delle ex FARC, hanno messo a segno una serie coordinata di azioni violente nelle regioni di Cauca e Valle del Cauca, alimentando nuovi timori sulla stabilità del Paese.
L’offensiva ha assunto forme particolarmente aggressive. A Timba, un centro strategico del dipartimento di Cauca, sono stati utilizzati droni carichi di esplosivo, con circa quindici ordigni sganciati nell’area. Parallelamente, obiettivi militari nei pressi di Cali e Palmira sono stati colpiti con attentati dinamitardi, mentre lungo la strada Panamericana un’esplosione di forte intensità ha provocato la morte di almeno 21 civili, aggravando ulteriormente il bilancio delle vittime.
L’impatto degli attacchi si è riflesso immediatamente sui dati della sicurezza nazionale: il numero delle persone uccise in episodi riconducibili ai gruppi armati è cresciuto del 44% nell’arco di un solo mese, segnale di un deterioramento rapido del quadro interno.
Dietro questa nuova offensiva potrebbe esserci una precisa strategia di ritorsione. Negli ultimi mesi Bogotá ha intensificato la pressione militare contro le strutture dissidenti delle FARC, culminata all’inizio di aprile con un’operazione aerea nell’area di López, nel Cauca, che avrebbe eliminato diversi comandanti ribelli di rilievo. Gli attacchi, dunque, potrebbero rappresentare una risposta diretta alla stretta delle forze governative.
Ma non solo. La tempistica lascia intravedere anche un obiettivo politico: mettere in difficoltà il presidente Gustavo Petro, evidenziando le fragilità della sua strategia di “Pace Totale”, il progetto con cui il capo dello Stato aveva promesso di ridurre il conflitto attraverso negoziati con i gruppi armati.
Non è un dettaglio che la nuova escalation sia coincisa con un incontro tra Petro e la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez dedicato proprio alla cooperazione in materia di sicurezza, né che sia arrivata a poche settimane dall’avvio della campagna decisiva per le elezioni presidenziali.
Il clima di instabilità rischia infatti di avere conseguenze anche sul piano elettorale, soprattutto per il fronte vicino al governo. La questione sicurezza continua a occupare un posto centrale tra le preoccupazioni dell’opinione pubblica e potrebbe influire sul consenso verso Iván Cepeda, indicato tra i riferimenti politici dell’area progressista al potere.
Con il primo turno delle presidenziali fissato per il 31 maggio, cresce inoltre il dibattito sulla capacità delle istituzioni di assicurare un processo elettorale regolare e protetto da minacce armate.
Per tentare di contenere la crisi, l’esecutivo ha rafforzato la presenza militare nel Cauca con l’invio di circa 2.800 soldati, mentre nei primi giorni di maggio è stato arrestato un dirigente dell’organizzazione dissidente. Mosse che fanno però temere una nuova fase di scontri diretti tra esercito e gruppi ribelli, con il rischio di un ulteriore innalzamento della violenza nelle settimane immediatamente precedenti al voto.

