La Giamaica potrebbe avvicinarsi a una svolta energetica destinata a cambiare il proprio equilibrio economico. Campioni raccolti nei mesi scorsi dai fondali marini davanti alla costa meridionale dell’isola avrebbero infatti evidenziato la presenza di idrocarburi, elemento che alimenta l’ipotesi dell’esistenza di giacimenti di petrolio greggio nel sottosuolo marino.
Per Kingston si tratterebbe di un cambiamento potenzialmente storico. Attualmente il Paese caraibico dipende totalmente dalle importazioni di combustibili fossili, sostenendo una spesa che oscilla tra 1,5 e 2 miliardi di dollari l’anno, variabile in base all’andamento dei mercati energetici internazionali. Un costo rilevante per un’economia che continua a poggiare in gran parte sul turismo, settore che nel 2024 ha generato oltre 4 miliardi di dollari di introiti.
A guidare le attività di ricerca è United Oil & Gas, società britannica titolare dei diritti esclusivi di esplorazione nel bacino Walton-Morant, un’ampia area offshore di circa 22 mila chilometri quadrati situata a sud dell’isola. Negli anni, in diverse zone della Giamaica sono stati segnalati affioramenti naturali di petrolio in superficie, ma finora non si era mai arrivati a una produzione economicamente sfruttabile.
Il governo giamaicano segue l’evoluzione con attenzione, evitando però facili entusiasmi. Il ministro dell’Energia Daryl Vaz ha definito “incoraggianti” i risultati preliminari delle indagini, pur invitando alla cautela. “Ci sono segnali positivi, anche se siamo ancora in una fase iniziale”, è il senso della posizione espressa dall’esecutivo, consapevole delle profonde conseguenze che una scoperta commerciale potrebbe avere sul futuro energetico ed economico del Paese.
L’eventuale disponibilità di petrolio interno consentirebbe infatti alla Giamaica di ridurre la dipendenza energetica dall’estero, alleggerendo una delle voci di spesa più pesanti del bilancio nazionale e aprendo nuovi scenari di sviluppo industriale e finanziario.

